Blog di Massimo Zanetti, psicologo, Bologna.

Violenza Simbolica

Secondo Pierre Bourdieu, vi è "violenza simbolica" quando vengono imposte le strutture mentali attraverso cui il soggetto percepisce il mondo sociale e intellettuale. Si tratta di una forma di violenza "dolce"

Spesso - con l'arbitrio culturale imposto dalla violenza simbolica - le particolarità nazionali vengono presentate con il crisma dell'universalità. Così si realizza una tacita e invisibile mutilazione della loro coscienza .

Una delle forme della violenza simbolica è la dominazione maschile. Bourdieu afferma che questa sopraffazione si esercita con la complicità di strutture mentali che non sono consce. Tali meccanismi fanno parte della soggettività profonda, sono ingiunzioni impercettibili della società . Il problema diventa quello di capire come nascono le disposizioni permanenti alla sottomissione. Anche i mass-media esercitano una violenza simbolica manipolando strutture precostituite nella mente delle persone . Bourdieu afferma che la sua idea di violenza simbolica si sottrae ad un'impostazione marxista, economicista. La dominazione maschile sulla donna si può esercitare in assenza di qualsiasi costrizione economica. La liberazione economica non comporta affatto la liberazione simbolica della donna. A sostegno di questa tesi Bourdieu porta l'esempio di un'alta dirigente che non riusciva ad esercitare il suo potere sui maschi perché costretta a vivere un'inversione sociale della relazione di dominio. La comparsa di questa violenza simbolica avverrebbe quindi nella prima infanzia. Le strutture mentali imposte al bambino dall'arbitrio degli adulti si configurano con le prime esperienze di acculturazione nella famiglia . La cultura assume una duplice definizione: è uno strumento di comunicazione ma anche di dominio.

Biografia di Pierre Bourdieu

Facilitatore

Figura di consulente nei gruppi e nelle organizzazioni, nata per agevolare conflitti, problemi e apprendimenti. Il facilitatore - interno o esterno alle aziende - nelle riunioni assume la posizione di presenza-neutra nei contenuti e di regista interazionale negli scambi.
  • È un organizzatore/coordinatore delle risorse tecnico-manageriali (catalizzatore).
  • È un traduttore di linguaggi, sostenitore della persona e del gruppo (mediatore).
  • Ha specifiche capacità di accoglienza delle emozioni, è un accompagnatore di nuovi comportamenti e atteggiamenti (agente di aiuto).
  • Crea il giusto clima per la conoscenza, nell'action learning, nei gruppi speciali e di progetto (motivatore).
Un presupposto importante sta nel pensiero duale: nella presenza contemporanea di negativo e positivo e nella convivenza delle polarità. Si concretizza in un approccio sistemico, da cui scaturiscono i modelli del facilitatore, della comunicazione ecologica e della comunicazione partecipata. Tali metodi danno vita ad un'ampia schiera di strumenti per la valorizzazione della negatività (incertezza, resistenze, opposizioni) e la costruzione di abilità e benessere. Obiettivo del facilitatore è creare rapidamente un ambiente relazionale franco e collaborativo, per sviluppare abilità negoziali, per valorizzare critiche e negatività, per diffondere metodi attivi per il potenziamento dei soggetti. Il facilitatore, fino a poco tempo fa identificato genericamente come coordinatore o chairman, assume oggi una posizione centrale. È infatti un consulente ed un animatore di processo a cui le aziende si rivolgono per ridurre i conflitti, motivare i gruppi di lavoro, creare più coinvolgimento e partecipazione. Un ruolo di estrema importanza in contesti organizzativi sempre più attenti all'humanistic management, alla conoscenza come risorsa, al capitale intellettuale da valorizzare.

Cosa s'intende per Problem Solving

Col termine problem solving si intende la disciplina che si occupa di trovare procedimenti generali per risolvere problemi; in particolare quindi essa non fa riferimento a tecniche specifiche di soluzione di problemi matematici, ma identifica un’area di attività e di ricerca alla quale contribuiscono diverse discipline, non solo matematica e informatica, ma anche filosofia, psicologia e pedagogia: pensare, ragionare, fare ipotesi possono, infatti, essere visti come forme generali di problem solving. Questo argomento ha quindi una storia molto articolata e radici in discipline diverse; tuttavia con la comparsa del computer il problem solving ha acquisito una particolare caratterizzazione dovuta allo sviluppo e alla diffusione della «programmazione». Una situazione tipica di problem solving si presenta quando viene dato un problema o un obiettivo da raggiungere e la soluzione non è immediatamente identificabile; la ricerca del procedimento risolutivo comporta, quindi, una qualche difficoltà. Nel problem solving, dato un problema generico, l’obiettivo è quello di trovare un procedimento applicabile per trovarne una soluzione e non quello di ottenere la soluzione di una particolare istanza di quel problema; detto in altri termini, la soluzione non è il risultato prodotto dall'esecuzione di un programma per computer, ma è proprio "il programma". Per questo motivo le abilità di problem solving sono simili alle abilità per ottenere programmi per computer e, di conseguenza, la programmazione è un terreno sul quale è possibile svolgere efficaci sedute di allenamento per acquisire le abilità generali di problem solving. Questo allenamento può essere portato avanti fino a trattare metodologie che consentono al computer stesso di acquisire abilità di problem solving: l’area dell’Informatica che si occupa di questi argomenti (apprendimento automatico o machine learning) è l’Intelligenza Artificiale.